Dietro lo scatto, la comunicazione
Instagram, Snapchat, TikTok… La glorificazione dell’istante, certamente. Ma spesso è proprio dai trend più improbabili che nascono occasioni di rilancio; anzi, di rinascita. E la fotografia tradizionale è una di queste.
C’era una volta il lampo dietro la macchina da presa. E il flash, questo sconosciuto
Per la Generazione Z e per chi conosce la fotografia soprattutto attraverso lo schermo di uno smartphone, il flash è un automatismo. Un gesto rapido, quasi invisibile. Eppure, per molto tempo, il flash è stato materia, attesa, preparazione. Si generava con la combustione della polvere di magnesio, innescata da una torcia. Oggi una lampada allo xeno fa tutto il lavoro; perciò anche il “lampo”, il tipico effetto che seguiva la combustione, è diventato quasi un ricordo. Un poster ingiallito alla Jules Chéret. Ha accompagnato generazioni di fotografi e, a distanza di anni, non solo la vecchia guardia ma anche una certa fetta di amatori guarda a quel lampo con attrazione. Nostalgia per gli uni. Sofisticazione per gli altri.
Da tempo i guru del marketing hanno individuato questo trend, ma è con gli studi di Stephen Brown che ha trovato un nome, molto glamour, a dirla tutta: repro.
Qui da noi non siamo molto avvezzi agli acronimi e preferiamo il più prosaico marketing della nostalgia.
Ma forse c’è qualcosa di più nel nuovo, illibato risveglio del flash al magnesio: ci sono i suoni, il brusio da rumore bianco che accompagna lo scatto; ci sono i tempi, quelli meticolosi della preparazione e delle sue fasi.
Un rituale in piena regola.
Il digitale ha velocizzato le pratiche di consumo. Ma i rituali, quelli, permangono sempre.
L’immagine generativa: un nuovo lampo
Oggi, accanto alla fotografia tradizionale e alla produzione digitale, è entrata in scena un’altra possibilità: l’immagine generativa.
L’intelligenza artificiale può creare scenari, oggetti, ambientazioni e suggestioni visive partendo da una descrizione. Può ampliare un set, trasformare un’idea in un’immagine, esplorare stili e composizioni prima ancora di accendere una luce o preparare una macchina fotografica.
Anche qui, però, il rischio è quello dell’istantaneità: chiedere, generare, pubblicare.
Ma un’immagine generativa efficace non nasce davvero “in un lampo”. Dietro un risultato credibile servono ricerca, direzione artistica, cultura visiva, conoscenza del brand e capacità di riconoscere ciò che funziona da ciò che è soltanto sorprendente.
L’AI non elimina il processo creativo: lo sposta, lo amplia e lo rende più fluido. Al fotografo, al graphic designer e al comunicatore chiede nuove competenze, senza sostituire quelle fondamentali. Perché scegliere un’inquadratura, costruire un’atmosfera, definire un linguaggio e dare coerenza a un’immagine restano azioni profondamente umane.
Immediata, e studiata
Ecco quindi il paradosso, l’ossimoro della buona comunicazione: immediata e studiata.
Il digitale è velocità, dinamismo, immediatezza. Non c’è mica tempo di posare; le stesse pratiche di Instagram quasi bannano lo sguardo in camera a favore di finti scatti rubati: lo #sneakpeek avanza.
E oggi l’immagine generativa porta questa velocità ancora più avanti. Permette di visualizzare una campagna, un prodotto o un’idea in tempi rapidissimi. Ma la velocità non coincide con la superficialità.
Anche le cose belle possono essere veloci. Anche le cose belle possono farsi “in un lampo”.
Le credenziali del creativo contemporaneo sono un bel paio di spalle robuste, una solida cultura dell’immagine e competenze sempre più trasversali: fotografia, video, design, strategia, scrittura, tecnologia e intelligenza artificiale.
Perché l’AI può generare infinite immagini, ma non può decidere da sola quale immagine racconti davvero un brand.
Dietro le quinte, in laboratorio
Proprio come quei fintissimi scatti sorpresa, e qui interviene il professionista, che fanno la standing ovation sui social.
Perché lì prendi i K-mila follower, ma quello è proscenio, numero empirico: è il visibile.
La comunicazione, quella vera, si consuma dietro le quinte. In laboratorio. Dove falangi allenate e teste pensanti uniscono le forze, costruiscono una visione e creano i presupposti.
Oggi, in quel laboratorio, ci sono anche nuovi strumenti: prompt, modelli generativi, software capaci di elaborare immagini e tecnologie che rendono possibile ciò che fino a poco tempo fa sembrava impensabile.
Ma il principio resta lo stesso.
I condensatori vibrano.
Il circuito si apre.
Ecco lo scatto.
Ecco il lampo.
Anzi no: il lampone.
